Alla fine la legge è stata approvata, le società quotate in borsa e quelle a partecipazione pubblica dovranno garantire la presenza di donne nei consigli di amministrazione e nei collegi dei sindaci. Ne avevo già parlato ad aprile manifestando qualche perplessità sui ritardi anche dopo la stesura di un testo che aveva messo d’accordo tutti. L’obbligo scatta dopo un anno dalla data di  pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale. Alcuni avranno tratto un sospiro di sollievo: i Cda che scadono nel 2012 sono salvi, essendo in genere le assemblee in aprile. Ma il segnale della legge è forte e può innescare comportamenti virtuosi.
Come molte donne, io non sono particolarmente felice di imporre la nostra presenza nei posti che contano, ma anche le esperienze di altri paesi europei ci raccontano che questa è l’unica strada. Sia per rompere le abitudini maschiliste, sia per incoraggiare le donne a farsi avanti. Non è un caso che dati  Nielsen, riportati oggi da Cinzia Sasso su Repubblica, facciano emergere che le donne italiane solo per il 42% (media europea 62%) pensano di avere più opportunità delle proprie madri, per il 34% (media europea 59%) pensano che le proprie figlie potranno avere più opportunità.

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