Dopo un brusco arresto a febbraio, il disegno di legge che introduce una norma di riequilibrio della rappresentanza nei consigli di amministrazione delle società quotate e delle aziende pubbliche è stato approvato in Senato a marzo. Ma ora, passato il clamore, è di nuovo fermo in Commissione Finanze alla Camera, in attesa dell’assenso del Governo. Sembra non ci sia fretta a completare i pochi passaggi che restano e il ritardo nell’approvazione potrebbe di fatto allungare di un altro anno l’effettiva entrata in vigore.  Vediamo perché.
Il disegno di legge è molto semplice, con cinque articoli modifica il testo unico delle disposizioni in materia di intermediazione finanziaria, nella parte dedicata alle società quotate in borsa. Il primo articolo introduce il concetto di equilibrio tra i generi. “Il genere meno rappresentato deve ottenere almeno un terzo degli amministratori eletti. Tale criterio di riparto si applica per tre mandati consecutivi” citando testualmente. Se la società non si adegua prima c’è una diffida della Consob e dopo quattro mesi scatta una sanzione. Se proprio l’azienda non demorde il consiglio di amminstrazione viene fatto decadere. Stessa regola si applica per il collegio dei sindaci e alle società (costituite in Italia) controllate dalla pubblica amministrazione. La modifica più pesante fatta in Senato riguarda i tempi di attuazione. L’obbligo infatti scatterà dopo un anno dall’entrata in vigore della legge. Speriamo a questo punto che la legge venga pubblicata al più presto sulla Gazzetta ufficiale, altrimenti l’obbligo slitterà di fatto al 2013. Naturalmente, le aziende più illuminate possono prendere l’iniziativa fin da subito, come hanno fatto per esempio la Cir, società quotata in borsa con maggiore azionista la famiglia De Benedetti.
leggi l’articolo pubblicato su L’impresa marzo 2011 Vertici più femminili

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