Mi arriva grazie ad una cara amica la segnalazione dell’uscita di un libro che si preannuncia interessante fin dal titolo: Parole tossiche. Cronache di ordinario sessismo
E’ scritto da Graziella Priulla piemontese, è una sociologa della comunicazione e della cultura, docente ordinaria di Sociologia dei processi culturali e comunicativi all’Università di Catania. Una studiosa che non conoscevo perché da qualche anno mi occupo di differenza di genere solo sporadicamente. La casa editrice è Settenove, un progetto editoriale interamente dedicato alla prevenzione della violenza di genere.

Mi sono sempre ispirata alla teoria raffigurativa del linguaggio di Wittgenstein: in estrema sintesi, il linguaggio descrive il mondo e le parole utilizzate rafforzano l’idea del mondo che si ha. Più di vent’anni  veniva pubblicato il libro di pubblicazione del libro di Alma Sabatini Il sessismo nella lingua italiana, che metteva in luce quanto fosse importante, per esempio, utilizzare il femminile di molte professioni e ruoli di prestigio e che non fosse questione di lana caprina utilizzare correttamente il genere femminile senza utilizzare il suffisso -essa,  invenzione della lingua con una sfumatura neanche velata di negatività.

Il nuovo libro che mi è stato portato all’attenzione scandaglia un altro aspetto: quanto la violenza verbale sia culturalmente legittimata, in casa, nelle piazze, nelle istituzioni. Ci esprimiamo con i termini di una cultura razzista, omofoba e sessista, che amplifica la pancia del paese e che nessuna political correctness riesce a debellare.

Il testo raccoglie e cataloga gli insulti scagliati da politici e persone pubbliche; percorre il sentiero linguistico delle parolacce e dei termini offensivi, delle imprecazioni e degli insulti usati comunemente e ne traccia la storia a partire dal significato originario; analizza il loro uso odierno ed esplicita il contesto storico, culturale e sociale che ogni termine riproduce (e rigenera).
«Le parole non sono inerti – sostiene l’autrice – ma definiscono l’orizzonte in cui viviamo». La violenza verbale genera violenza negli schemi mentali e nell’immaginario. Fra la violenza verbale e il suo sviluppo in quella fisica dovrebbe stare il rigetto sociale, e con esso la riprovazione esplicita nei contatti quotidiani.

Leggo nel comunicato stampa: “Protagonisti assoluti del turpiloquio sono i commenti e insulti di stampo sessista e razzista. L’italiano medio non ci fa più caso ma l’Huffington Post dichiara, incredulo, nel 2013: «I commenti sessisti in Italia sono parte della vita quotidiana, sono considerati non solo pienamente accettati ma perfino divertenti». Pochi anni prima il rapporto Donne e Media in Europa, definiva l’Italia un «paese in resistenza», in cui la rappresentazione stereotipata è considerata un tratto antropologico così radicato che non si pensa possa essere contrastato con politiche «evolutive».Il linguaggio fa la sua parte, ed è anche per il suo tramite che vengono gettate le basi per la costruzione di situazioni di disparità e di relazioni di prevaricazione nella vita quotidiana”.

Interrogarsi  sui propri e altrui automatismi verbali ci può rendere solo più consapevoli di come contribuiamo alla costruzione del mondo con le nostre parole.

 

 

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